Ci sono personaggi che catturano subito la scena, brillando di luce propria tra balli, battute sagaci e abiti sfarzosi. E poi ci sono gli altri. Quelli che siedono in un angolo della stanza, con un libro in mano o lo sguardo perso a osservare dinamiche che faticano a comprendere fino in fondo. Quando ho iniziato a guardare L'altra sorella Bennet, una mini-serie che ci porta finalmente dentro la vita di Mary, ho provato una sensazione immediata: sollievo. Quella stessa sensazione di quando qualcuno, all'improvviso, dà voce a una parte di te che credevi invisibile. Se anni fa su questo blog vi raccontavo di Penelope Featherington e della sua arte di brillare in sordina, oggi sentivo il dovere morale (e letterario!) di fare lo stesso per Mary.
Chi è davvero Mary Bennet?
Per anni, nei rifacimenti e nelle letture superficiali di Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, Mary è stata etichettata come la sorella noiosa. Quella che suona il pianoforte maluccio, che cita massime morali fuori contesto e che sembra sempre fuori posto nei grandi salotti di campagna. Ma L'altra sorella Bennet ribalta completamente questo sguardo, regalandoci un'operazione di profonda empatia. Mary non è saccente: è semplicemente in cerca. In una famiglia dominata dalla bellezza sfacciata di Jane, dall'impeto romantico di Elizabeth, o dalla leggerezza travolgente e pericolosa delle sorelle minori, Mary cerca un appiglio per esistere. Legge, studia, riflette. Coltiva un mondo interiore immenso perché è l'unico modo che conosce per difendersi dal rumore del mondo.
Quel senso di "fuori posto" che ci fa sentire meno sole
Quello che mi ha fatto letteralmente impazzire di questa storia è la sua capacità di farci sentire meno sole. Quante volte ci è capitato di sentirci "l'altra"? Quella meno in vista, quella che analizza tutto anziché lasciarsi trascinare dall'istinto, quella che ha bisogno dei suoi tempi, dei suoi silenzi, dei suoi spazi per ricaricarsi? Mary mi ha ricordato che non c'è nulla di sbagliato nell'essere fuori sincrono rispetto alle aspettative sociali. La sua evoluzione in questa serie è un elogio alla bellezza della quiete, dei libri sfogliati lentamente, della profondità emotiva. E c'è persino quel "quasi triangolo" amoroso che ci tiene incollate allo schermo, dimostrando che l'amore , quello vero, che vede oltre le apparenze, può accorgersi anche di chi sta in disparte.
Episodi brevi (venticinque minuti che volano via, e che per me odorano già di rewatch assicurato), un'atmosfera da period drama che profuma di tè caldo e una scrittura che sa accarezzare le fragilità: questa serie è una piccola gemma che in Italia meriterebbe molta, moltissima più attenzione. Perché alla fine, Jane Austen ci ha insegnato a guardare la società attraverso i suoi romanzi, ma storie come questa ci insegnano a guardare dentro di noi. E forse è arrivato il momento di smettere di compatire le "Mary" delle nostre vite, e iniziare a celebrare la bellezza silenziosa di chi sa ascoltare il mondo prima di decidere come parlargli.



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