Cari gentili lettori…
se si parla di Bridgerton non si può non iniziare così.
Ho finito la quarta stagione e i miei pensieri sono tanti e ingarbugliati per stare tutti dentro ad un post per Instagram, così eccoci qua. Ho creato apposta questo spazio per blaterare senza sentirmi dire “ok ma riassumi”.
Su Instagram comunque è uscita la versione breve, stile accorciabro. Qui no. Qui si soffre.
State tutti bene dopo questa stagione? Avete superato la scena della vasca? No, ve lo chiedo seriamente, perché se avete un tutorial su come andare avanti con la propria vita dopo QUELLA scena, giratemelo.
E comunque, parentesi personale: più passano gli anni (e aumentano le stagioni) più la voglia di provare l’ebbrezza di essere il diamante della stagione cresce in maniera imbarazzante. Io nel 1800 sarei stata scelta? No. Ma nella mia testa sì.
Basta. Andiamo per ordine.
È il turno di Benny
Quarta stagione: entra ufficialmente in campo Benedict Bridgerton. Per gli amici: Benny. Benedetto di nome e di fatto.
Il dandy. L’artista. Il sognatore. Il Bridgerton più allergico alle etichette e alle convenzioni.
Benedict ci aveva già fatto innamorare tempo fa, quando gli bastava un bicchiere di troppo e un sorriso storto per risultare irresistibile. Ma questa stagione… questa stagione ha deciso di giocarsela tutta.
Attenzione però: io sto parlando del Benedict versione serie, rimodellato dalle mani di Shonda Rhimes.
Quello dei libri è un’altra faccenda. E chi ha letto la mia recensione di La proposta di un gentiluomo, sa che non ci sono andata leggera con lui. Qui abbiamo un artista dalla sessualità fluida, non incasellabile, con lo sguardo buono e la tendenza a complicarsi la vita.
Benny non è immune ai peccati della carne. Anzi. Se dovessimo eleggere il possibile Don Giovanni della famiglia, lui avrebbe tutte le carte in regola: adulto, allergico alle responsabilità sentimentali, zero voglia di diventare il perfetto maschio alpha regency edition. E lo so che l'idea del libertino può aver stancato, ma Benedict lo è sempre stato, e ripeto, forse è quello che ha anche più diritto ad esserlo.
Lui vuole dipingere. Vuole vivere. Vuole fare l’amore senza firmare contratti, no come quello là... quel Cristian Grey.
Vuole essere Leonardo Di Caprio sul ponte del Titanic mentre disegna e sussurra “trust me”.
Diciamolo chiaro: se Benedict si chiamasse Marco e vivesse nel 2026 sarebbe una gigantesca red flag. MA. Non si chiama Marco (scusate, nessun problema personale con i Marco. Ho solo sparato il primo nome che mi è venuto in mente). E non vive nel 2026. Ama l’arte. Ama la poesia. Ama la bellezza, in ogni sua forma. E quindi cosa succede? Cosa lo trascina nel mondo degli adulti responsabili che hanno la P.IVA e partecipano al gruppo “Riunione di condominio giovedì”?
Una domestica. Benedict si innamora di una domestica.
Siamo già a quota due trope:
-
differenza di classe sociale
-
lui che falls in love like se non ci fosse un domani
Galeotto fu un ballo in maschera (ma sempre balli organizzano, non hanno hobby alternativi?) e una Sophie che decide di essere qualcun’altra per una notte. Qui dentro c’è Cenerentola, ma c’è anche Pirandello. Uhu-uhu leggo romanzi rosa ma anche Pirandello (assurdo no?). Maschere vere e metaforiche. Identità indossate e identità nascoste. Sophie va a UNA festa. UNA. Trova l’amore.
Io sono andata a circa 347 feste nella mia vita (troppe per un’introversa) e al massimo ho trovato il buffet finito.
Al ballo parte Enchanted di Taylor Swift in versione orchestrale e lì capisci che siamo entrati ufficialmente nel territorio “romanticismo che ti fa sospendere il cinismo” il mio preferito.
Benedict si innamora all’istante della sconosciuta in maschera. Lei scappa prima di rivelare la sua identità. Ma la stagione non si ferma lì. L’intera trama ruota attorno alla ricerca di questa donna misteriosa.
Peccato che nel frattempo Benedict inizi a provare qualcosa per una nuova domestica in casa Bridgerton. La stessa domestica di prima, non è che ha un fetish per le domestiche, è sempre lei.
Ed è qui che la stagione diventa interessante.
Perché Benny si trova diviso tra:
-
l’amore idealizzato, quasi poetico, per una donna che non conosce davvero
-
l’amore concreto, imperfetto, reale, per una donna che vede ogni giorno
E cosa fa il nostro artista sensibile? Fa una serie di scelte discutibili. Tipo chiederle di diventare la sua amante.
Benny. Benny no.
È un attimo che passi da “uomo che rifiuta le convenzioni sociali” a “uomo che vuole i benefici dell’amore senza le responsabilità”.
Peggio di quelli che ti pagano l’aperitivo e poi ti dicono: “vabbè, ti mando l’IBAN”.
Quello che però ho amato è il conflitto.
Benedict è il primo Bridgerton che sembra davvero in crisi con il sistema. Non vuole il matrimonio come traguardo sociale. Non vuole il ruolo imposto. Non vuole essere incasellato, né sentimentalmente né sessualmente. Okay, abbiamo Eloise che al momento appare totalmente disinteressata nei confronti del matrimonio, e anche Anthony inizialmente pur avendo paura delle api, le imitava, passando di fiore in fiore, ma Benedict è diverso, e lui non frega proprio una ceppa.
La sua fluidità non è trattata come scandalo, ma come parte di lui. E questo è forse uno degli aspetti più moderni della stagione.
Sophie, dall’altra parte, rappresenta la realtà. La fatica. Il peso della differenza di classe. Il rischio di amare qualcuno che può permettersi di scegliere, mentre tu no.
E qui la favola smette di essere solo favola. E quindi?
Questa stagione mi ha fatta:
-
sospirare
-
arrabbiare
-
ridere
-
urlare “MA PARLATEVI” allo schermo.
E Benedict, alla fine, cresce. Non diventa perfetto. Non diventa improvvisamente l’uomo irreprensibile della ton. Però sceglie. E scegliere, per uno che ha sempre voluto restare sospeso, è già tantissimo.
Parliamo di una cosa fondamentale: la chimica.
Perché puoi avere il trope della Cenerentola, il ballo in maschera, la differenza di classe, le maschere pirandelliane… ma se tra i due protagonisti non scatta quella scintilla che ti fa dire “ok, li voglio insieme anche nella dichiarazione dei redditi”, non funziona.
E invece qui funziona. Gli sguardi trattenuti. La tensione nei silenzi. Il modo in cui Benedict smette di fare il brillante quando è con lei.
C’è una vulnerabilità che si sente. Non è solo attrazione fisica (che comunque, grazie Shonda), è proprio quel tipo di connessione che ti fa capire che lui, per la prima volta, non sta giocando.
E questo rende tutto più credibile. Anche le sue cazzate.
Ma voglio parlare anche di altro... tipo di Violet e della sua passione per il tè.
La nostra matriarca elegante, composta, sempre un passo indietro rispetto alle passioni dei figli.
In questa stagione la vediamo rinascere. Non solo sentimentalmente, ma anche fisicamente. Sessualmente. E questa cosa è importante oltre che potente.
Perché il messaggio è chiarissimo: non esiste un’età in cui il desiderio deve spegnersi. Il corpo non smette di essere degno di essere amato e desiderato solo perché non è più giovane.
Violet non è solo “la mamma” in questa stagione, è una donna.
E vederla concedersi una seconda possibilità non è solo romantico, è liberatorio. Ci ricorda che la vita non finisce dopo il grande amore, e che il desiderio non è una cosa riservata ai ventenni con la pelle perfetta.
La scena allo specchio, quando guarda il suo corpo nudo (inizialmente è quasi frenata dal pudore persino per guardarsi allo specchio) l'ho trovata bellissima.
Altra cosa importante: Il conflitto tra Eloise e Hyacinth mi ha riportata immediatamente a Piccole donne. Jo e Meg March.
Una sogna l’indipendenza, la libertà, una vita fuori dagli schemi. L’altra sogna l’amore, la famiglia, la costruzione di qualcosa di stabile.
E la domanda è sempre quella: cosa c’è di sbagliato? Nulla.
Il punto non è quale sogno sia migliore. Il punto è che nessuno dovrebbe imporre il proprio desiderio come fosse l’unico valido.
Eloise continua a essere la voce fuori dal coro, quella che mette in discussione il sistema.
Hyacinth, invece, incarna una femminilità diversa, più tradizionale ma non per questo meno forte.
La vera maturità sta nel non ridicolizzare il sogno dell’altra. Ma per fortuna Eloise capisce di aver sbagliato. E questa cosa rende tutto più vero, perché fra fratelli non sempre ci si capisce - è un legame che non abbiamo scelto - non sempre si riesce a superare le differenze, ma ci si vuole bene nonostante queste.
Un altro aspetto che ho apprezzato tantissimo è il modo in cui viene inserita la disabilità.
Senza il bisogno di urlare “guardate come siamo inclusivi”. Esiste. Fa parte del mondo.
E così dovrebbe essere sempre: rappresentazione come normalità, non come slogan. Ma questo è un aspetto che Bridgerton ha sempre trattato con una naturalezza fuori dagli schemi (magari a rischio di non essere accurato storicamente, la percezione della disabilità non era inclusiva a quei tempi, ma sappiamo che Shonda si è presa molte libertà).
E poi c’è il rapporto tra la Regina e la sua dama di compagnia, Lady Danbury.
Un legame fatto di anni, di silenzi, di complicità. Un’amicizia che non ha bisogno di grandi dichiarazioni.
È una delle dinamiche più belle dell’universo di Bridgerton: la lealtà, quella che resta anche quando tutto cambia.
In un mondo fatto di matrimoni strategici e passioni travolgenti, il loro è un rapporto costruito sulla fiducia quotidiana. E a volte quella è la forma d’amore più rara.
E poi arriviamo alla parte che fa male. La morte di John.
Un amore delicato, che viene spezzato troppo presto. Il dolore di Francesca è composto, silenzioso, ma ti resta addosso.
E proprio lì, nel vuoto lasciato dalla perdita, si intravede qualcosa di nuovo. Il legame con Michela.
Non è un colpo di scena gridato. È un’intuizione che si respira già dalla precedente stagione, e anche se al momento io sono contraria a questa scelta (quella di trasformare Michael in Michela) sono curiosa di vedere come si evolverà e pronta a cambiare idea.
Inoltre, proprio con Francesca si è affrontato un altro tema importante, quello dell'anorgasmia.
Francesca non riesce a raggiungere il culmine e questo la fa sentire a metà. Proprio come succede a molte donne, alla quale, magari, è stato insegnato che solo così si può considerare un rapporto valido.
E poi c’è Penelope. (Sul blog trovate un articolo passato tutto dedicato a questo splendido personaggio).
Penelope che, dopo aver passato stagioni intere a scrivere nell’ombra, a essere mente e penna di Lady Whistledown, si ritrova improvvisamente senza voce.
O meglio: senza la libertà di usarla. La sua identità è stata svelata. Non c’è più anonimato, non c’è più quella distanza protettiva tra ciò che sente e ciò che pubblica. E soprattutto c’è la Regina che pretende, che ordina, che vuole controllare la narrazione.
E qui succede una cosa interessantissima: Penelope smette di scrivere.
Non perché non ne sia capace. Non perché non abbia più cose da dire. Ma perché la scrittura non è qualcosa che puoi fare sotto imposizione.
Non è un decreto reale. Non è un compito. Non è un “scrivi, adesso”. La scrittura è urgenza. È libertà. È bisogno. E se le togli l’autonomia, le togli tutto.
Penelope ci ricorda che la creatività non nasce dal controllo. Nasce dallo spazio. Dal silenzio. Dalla possibilità di scegliere quando e come parlare.
E quindi la domanda sorge spontanea: Chi sarà la nuova Lady Whistledown?
Sarà un’eredità? Un’imitazione? O il gossip cambierà forma, smettendo di essere un’unica voce per diventare un coro?
E soprattutto: Lady Whistledown può esistere senza Penelope, o era Penelope il vero cuore di tutto?
Prima di chiudere volevo dirvi che una delle mie scene preferite, oltre a Lady Violet che si guarda nuda allo specchio, vede sempre uno specchio come protagonista ma questa volta a ritrarsi è proprio Penelope.
Penelope si guarda e vede la sé stessa del passato, quella insicura. Con un sospiro che dice più di mille parole, questo frame di qualche secondo è stato un colpo al cuore.
Forse, le nostre insicurezze non andranno mai via del tutto. L'importante è imparare a non rinnegare il passato, ciò che siamo stati. Amare anche quella parte di sé. E andare avanti.
Credo di aver detto tutto... se ho scordato qualcosa, please, fatemelo presente.
Questa stagione mi ha fatta sospirare, arrabbiare, ridere, discutere con lo schermo e desiderare di vivere in una casa con 14 finestre e zero bollette.
Ora sì, possiamo chiudere davvero. Tra red flag romantiche, rinascite mature, sorelle che discutono come in Piccole donne, amori che finiscono troppo presto e altri che iniziano quando meno te lo aspetti, questa stagione ci ha ricordato una cosa semplice e potentissima:
non è mai troppo tardi per desiderare, per scegliere, per cambiare.
E forse nemmeno per ricominciare a scrivere (questo vale per me).
E voi, miei cari gentili lettori…
chi vedete come prossima Lady Whistledown? Ma soprattutto credete anche voi che per superare la scena della vasca ci voglia una terapia collettiva?
Ps: W i cottage!
Io ho qualche teoria. Ma voglio prima sentire le vostre. 💌











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