Ho da poco terminato Gli anni in bianco e nero di Francesca Giannone e posso dirlo senza esitazioni: per me Francesca è ormai un’autrice "garanzia" come piace definirle a me. Anni fa La portalettere mi aveva colpito tantissimo; poi ho letto Domani domani pensandolo un romanzo meraviglioso. Ma con Gli anni in bianco e nero, credo che Francesca abbia toccato delle corde profonde e intime che non mi hanno lasciato indifferente. È diventato al momento il mio preferito in assoluto tra i suoi libri, pur ricordando quanto io abbia amato gli altri.
Quando ho iniziato a leggerlo, ho segnato subito una nota a margine: Piccole donne incontra Nuovo Cinema Paradiso. Se dovessi riassumere questo romanzo in poche righe, direi esattamente questo.
Una storia d'amore tra sorelle
È tempo di smetterla di etichettare le "storie d'amore" solo come quelle tra una coppia. Questa è una bellissima storia d'amore tra quattro sorelle: Maria, Giovanna, Ada e Domenica (detta Mimì). Tutte diverse, di età differenti, con sogni e aspirazioni opposte, ma i cui destini si intrecciano in modo indissolubile. È un legame che io non conosco direttamente in prima persona, perché non ho una sorella di sangue (ho un fratello), ma leggendolo ho percepito quella complicità unica, quasi simbiotica pur nelle sue diversità, che caratterizza i legami al femminile. Da qui nasce il mio paragone verso Piccole Donne, romanzo non solo citato all'interno del libro ma anche paragonato proprio al loro rapporto dalla stessa Mimì.
Mimì e il cinema come atto di ribellione
La voce narrante è quella di Mimì. E fin da piccolissima, Mimì è innamorata del cinema. Qui ho sentito subito uno specchio fortissimo con la mia vita: anch'io sono cresciuta in una casa dove il cinema è sempre stato una cosa seria, trasmesso da mio padre a mio fratello e poi a me.
Mimì va al cinema del paese, spesso di nascosto, guarda quelle pellicole e comincia a sognare. Cosa vi ricorda? Nella mia mente, l'immagine del piccolo Salvatore di Nuovo Cinema Paradiso si è fatta spazio. Anche lui, come Mimì, vede nel cinema una dolce evasione, anche se poi i destini dei due bambini saranno differenti, non ho potuto fare a meno di rivangare quello che ad oggi è la risposta alla domanda "Qual è il tuo film preferito?"
In quell'epoca, i sogni delle donne erano omologati: dovevano fare cose pratiche. Le donne che lavoravano erano sarte o maestre. Sognare era un vero atto di ribellione, e il cinema era la sua forma di libertà. Mimì non vuole fare l'attrice; lei vuole diventare una regista, ma non sapeva ancora che si dicesse così, quindi dirà che vuole fare il cinema. Ed esiste espressione più azzeccata? L'artista costruisce sempre qualcosa. Mimì guarda la vita come attraverso una cinepresa, con gli occhi attenti di chi ama o fa l'arte e a cui non sfugge alcun dettaglio.
Seguiamo Mimì da preadolescente fino all'età adulta, e attraverso il suo sguardo scopriamo le sue sorelle e le loro vite:
Maria, la più grande, che lavora in sartoria con la madre e Giovanna. Si ritrova in un matrimonio che all'inizio le sta stretto. Impara a conoscere l'amore dopo il matrimonio e si scontra con dolori intimi che all'epoca la società e la medicina liquida superficialmente (dolori che oggi chiameremmo vaginismo, vulvodinia o endometriosi).
Giovanna, la "capatosta" direbbero a Napoli, la ribelle che ama la musica (magnifica la colonna sonora del libro, tra cui spicca persino il concerto dei Beatles!). Giovanna si innamorerà di un ragazzo con un ego troppo grande, scoprendo quanto sia difficile far coincidere due visioni dell'amore diverse.
Ada, a cui mi sono affezionata tantissimo e che mi ha spezzato il cuore. Ada si sente diversa perché ama chi non le è permesso amare e vive il suo sentimento nell'ombra.
Le figure genitoriali (e chi sceglie di esserlo)
Il quadro si completa con le figure che ruotano attorno alle ragazze. C'è un padre padrone tirannico e spiacevole, che farà cose difficili da mandare giù. E poi c'è la madre, una complice silenziosa e straordinariamente aperta per la sua epoca.
Ma ci sono anche figure "genitoriali" d'anima: Zia Emilia, la sorella del padre, una donna libera che non ha partorito queste ragazze ma ha con loro (specie con Ada) un legame viscerale, dimostrando che la cura profonda non dipende dai legami di sangue. E infine il padrone del cinema di paese, una figura quasi paterna durante l'infanzia di Mimì che consiglia pellicole, parla di Fellini e schiude a Mimì le porte della bellezza.
Arrivata alle ultime pagine, mi sono ritrovata con gli occhi pieni di lacrime. Il finale di questo libro ha una forza dirompente: ti stringe il cuore e insieme te lo allarga, regalandoti quella commozione pura che solo le grandi storie sanno donare.
Quando chiudi un romanzo del genere, non ti limiti a riporlo sullo scaffale. Ti rimane dentro quella sensazione dolceamara di aver vissuto un'altra vita insieme ai suoi personaggi, di aver camminato con loro nel buio di una sala cinematografica e tra le stoffe di una sartoria. Gli anni in bianco e nero è un libro che ti scorre nelle vene, un affresco di formazione, emancipazione e rivalsa che ti risuona dentro per giorni. Un libro corale ed emozionante che vi raccomando con tutto il cuore.
Gli anni in bianco e nero è un romanzo di formazione, di emancipazione, di sentimenti e di rivalsa sociale (che vedremo anche attraverso le vicende sentimentali di Mimì e l'incontro con Vincenzo). Un libro corale, emozionante, che vi raccomando con tutto il cuore.


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