Ho finito Off Campus e per qualche giorno mi sono sentita di nuovo adolescente.
Non nel senso ingenuo del termine. Non perché improvvisamente io abbia dimenticato spese, lavoro, responsabilità o la fatica dell’essere adulti (purtroppo). Ma perché mi ha restituito una sensazione che pensavo di aver perso: l’immersione totale.
Quella capacità di guardare qualcosa e sparire per qualche ora dal mondo reale. Di affezionarti a un gruppo di personaggi come se fossero amici tuoi. Di sentire lo stomaco stringersi per una scena romantica anche sapendo perfettamente come andrà a finire.
E la verità è che negli ultimi tempi mi è successo più volte di quanto voglia ammettere:
Con The Summer I Turned Pretty ho rivissuto quella malinconia estiva delle prime cotte che sembrano la fine del mondo. Con Heated Rivalry ho scoperto che evidentemente gli hockey player emotivamente repressi sono diventati il mio personale punto debole. E ora Off Campus è arrivata a completare il danno.
A questo punto devo farmi delle domande. È una crisi dei trent’anni? Il prossimo passo sarà riesumare i poster di Zac Efron dalla cameretta? Colorarmi i capelli di blu come se fossi in una fase Tumblr nel 2014? (Che poi, io non li ho mai colorati di blu, mi sono spinta fino al mogano). Comprare di nuovo Converse e ricominciare ad ascoltare playlist intitolate sad girl autumn? Non lo so. Vedremo.
Quello che so è che c’è qualcosa di profondamente consolatorio in queste storie. E non credo sia un caso che proprio ora stiamo vivendo nell’epoca della nostalgia permanente.
Negli ultimi anni abbiamo trasformato il passato in un mercato infinito: sequel, reboot, revival, remake. Basta guardare l’hype attorno a The Devil Wears Prada e al continuo ritorno di estetiche, soundtrack e storie che ci ricordano chi eravamo dieci o vent’anni fa. E attenzione, io non sto criticando nessuno, perché sono la prima a farmi catturare da tutto questo.
Il marketing, forse, lo ha capito prima di noi: siamo esausti - e anche un po' esauriti. E quando siamo esausti vogliamo tornare nei luoghi emotivi in cui ci sentivamo al sicuro.
Ma forse non abbiamo davvero bisogno solo del passato. Forse abbiamo bisogno di qualcosa di nuovo che ci faccia sentire come allora. Ed è diverso. Perché se i sequel/revival/reboot ecc, mi fanno un po' paura, perché vanno a toccare qualcosa che ho amato in passato e che voglio che nei miei ricordi resti immutato, queste sono novità incredibilmente gradite, pur non portando nulla di nuovo se vogliamo.
Off Campus non è la serie della mia adolescenza. Non ho nemmeno letto i libri. Eppure guardandola ho ritrovato esattamente quella sensazione lì: l’attesa, il comfort, l’ossessione leggera, il desiderio di correre a vedere “solo un altro episodio”.
Sì, alcune scene sono cringe. O forse lo sono per me che non ho più sedici anni. Sì, certe dinamiche universitarie le guardo ormai con lo sguardo di una persona adulta. Ma è proprio questo il punto: perché ci vergogniamo così tanto del piacere che ci danno queste storie?
C’è sempre una specie di giustificazione implicita quando si parla di romance.
Come se dovessimo premettere:
“Lo so che non è alta televisione…”
“Lo so che è prevedibile…”
“Lo so che è un guilty pleasure…”
E ne ho parlato moltissimo, sia qua che sul profilo.
Forse il romance non è “meno intelligente” solo perché parla di emozioni apertamente. Forse ci imbarazza perché prende sul serio bisogni che da adulti abbiamo imparato a minimizzare: il desiderio di essere scelti, capiti, amati, visti. Il bisogno di appartenenza. Di amicizia.
In Off Campus non ho amato solo le storie romantiche. Ho amato Garrett, Logan, Tucker e tutto il gruppo. Ho amato il modo in cui la serie lascia spazio all’amicizia maschile, e non solo. Ho adorato Hannah perché è una protagonista imperfetta, ironica, forte senza essere invincibile. Una ragazza che prova a capire se stessa mentre cresce. E credo che molte di noi si sentano ancora così, anche a trent’anni.
Quando eri adolescente vivevi tutto in maniera assoluta. Le amicizie sembravano eterne. Le cotte devastanti. Le emozioni gigantesche. Poi crescendo impari a controllarti, a razionalizzare, a ridimensionare. E allora mi sono detta che forse è proprio questo che ci manca e che troviamo in un episodio di un'ora.
Le serie romance fanno una cosa semplicissima ma potentissima: ti permettono di sentire ancora tanto.
E sinceramente penso che ci serva. In un’epoca in cui dobbiamo essere sempre produttivi, ironici, distaccati e consapevoli, lasciarsi coinvolgere da una storia d’amore diventa quasi un piccolo atto di libertà.
Quindi no, non mi vergogno di aver divorato Off Campus. Non mi vergogno di voler trovare altre serie così. E non mi vergogno del fatto che, per qualche ora, mi abbiano fatto dimenticare il mondo fuori.
Forse le prime ad averlo capito sono state le nostre nonne.
La mia guardava telenovelas con una partecipazione emotiva che da piccola trovavo quasi comica. Entravo in salotto e la trovavo lì, completamente assorta davanti a persone che si tradivano, si innamoravano, perdevano la memoria, si ritrovavano dopo vent’anni e piangevano in primi piani infiniti. Io ovviamente la prendevo in giro. E invece eccomi qui, anni dopo, emotivamente devastata da The Summer I Turned Pretty, ossessionata dagli hockey player di Heated Rivalry e incapace di smettere di guardare Off Campus.
La verità è che forse non è mai cambiato davvero niente abbiamo solo aggiornato il formato.
Le telenovelas delle nostre nonne erano lunghe, melodrammatiche, romantiche, piene di personaggi da amare visceralmente. Le nostre oggi hanno come colonna sonora Taylor Swift, protagonisti universitari bellissimi e vengono divorate in binge watching su piattaforme streaming. Ma il bisogno emotivo sotto è identico.
Vogliamo sentire qualcosa. Vogliamo evadere. Vogliamo affezionarci a vite che non sono le nostre per alleggerire, anche solo per un attimo, il peso della realtà. E forse dovremmo smetterla di trattare questo bisogno come qualcosa di superficiale.
Perché spesso il romance viene raccontato come un piacere “minore”. Come se ci fosse sempre bisogno di giustificarlo. Ma intanto generazioni intere di donne hanno trovato conforto proprio lì: nelle storie d’amore, nelle amicizie intense, nei drammi emotivi, nei personaggi immaginari che diventano rifugi.
Le nostre nonne lo facevano alle tre del pomeriggio davanti alla tv. Noi lo facciamo a mezzanotte con il telefono in mano dicendo “ancora una puntata e poi dormo”. Cioè, ho generalizzato, io a mezzanotte dormo. Ho la sindrome di Cenerentola forse. Quindi, siamo molto più simili a loro di quanto pensiamo. E vale lo stesso per i romanzi. Prima delle serie binge-watchate c’erano i romanzi rosa consumati in silenzio. Le nostre nonne, e spesso anche le nostre madri, leggevano Harmony ovunque: in spiaggia, sul divano, a letto prima di dormire. Storie d’amore intense, prevedibili, confortanti. Esattamente come quelle che oggi divoriamo su Netflix o consigliamo ossessivamente su TikTok.
E in fondo il successo contemporaneo di cose come Bridgerton dimostra proprio questo: il romance non è mai sparito. Per anni è stato considerato un genere “minore”, quasi qualcosa da consumare con vergogna. Poi all’improvviso è tornato ovunque, solo con una fotografia più bella, soundtrack pop e protagonisti da edit su Instagram.
Alla fine le nostre nonne avevano già capito tutto.
Loro leggevano Harmony nascondendo le copertine mezze scandalose, noi vietiamo a tutti di toccare il nostro kindle. Cambia l’estetica, non il bisogno emotivo.

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