Il diavolo veste Prada: il film che ha definito un immaginario pop (e il difficile peso di un sequel)
Ci sono film che appartengono a un’epoca e film che riescono a sopravvivere oltre ogni epoca.
Il diavolo veste Prada rientra senza dubbio nella seconda categoria. Uscito nel 2006, non è stato soltanto un successo cinematografico: è diventato un fenomeno culturale, una fonte inesauribile di meme e citazioni e discussioni sul lavoro, sull’ambizione e sul prezzo del successo.
Per questo motivo, tornare oggi in quell’universo con Il diavolo veste Prada 2 era inevitabilmente rischioso. E forse è proprio qui che nasce la mia difficoltà nel giudicare questo sequel senza sentire il peso enorme del primo film.
Perché il primo Il diavolo veste Prada è diventato un cult
Il primo film aveva qualcosa di speciale: riusciva a essere leggero e tagliente allo stesso tempo. Dietro gli abiti, le sfilate e le battute memorabili, c’era una riflessione lucidissima sul lavoro e sull’identità.
Andy Sachs rappresentava la ragazza “normale” catapultata in un mondo elitario che inizialmente disprezza, ma che finisce lentamente per sedurla (che è un po' il destino dei personaggi interpretati da Anne Hathaway, non credete?) È un arco narrativo che ancora oggi funziona perché parla di qualcosa di universale: quanto siamo disposti a cambiare per avere successo?
E poi c’era Miranda Priestly.
Miranda non era soltanto un capo severo. Era una figura quasi mitologica. Fredda, elegante, terribile, ma incredibilmente magnetica. Ogni sua scena aveva ritmo, tensione, ironia. Bastava un silenzio, uno sguardo per dominare completamente lo schermo.
Il film funzionava anche grazie alla sua capacità di rendere glamour perfino lo stress lavorativo. La corsa continua di Andy, il telefono che squilla senza tregua, gli ordini impossibili, la trasformazione estetica: tutto contribuiva a creare un immaginario che il pubblico ha assorbito immediatamente.
Ancora oggi, a quasi vent’anni di distanza, Il diavolo veste Prada continua a vivere nella cultura pop. Le sue scene vengono condivise ovunque, le battute sono diventate iconiche e Miranda Priestly resta uno dei personaggi femminili più memorabili del cinema contemporaneo. Non solo perché interpretata da quella diva assoluta di Meryl Streep.
Una delle grandi forze del primo film era l’equilibrio perfetto tra i personaggi.
Andy era il cuore emotivo della storia. Non era perfetta, non era sempre simpatica, e proprio per questo risultava credibile. La sua trasformazione non era soltanto estetica: era una lenta ridefinizione della propria identità.
Miranda, invece, incarnava il potere assoluto. Ma il film aveva l’intelligenza di non renderla mai una semplice “cattiva”. Dietro la durezza si intravedevano solitudine, sacrificio e una lucidità feroce sul funzionamento del mondo del lavoro.
Emily rappresentava il lato più tossico dell’ambizione, ma anche uno dei personaggi più divertenti. Nigel, invece, era probabilmente il personaggio più umano dell’intero film: ironico, brillante, disilluso.
Il "problema" del sequel
Ed è forse proprio questa energia che mi è mancata nel secondo film.
Rivedere il cast è stato sinceramente emozionante. Ci sono momenti molto carini, alcune scene riescono persino a richiamare quella sensazione familiare del primo film, e ritrovare certi personaggi ha inevitabilmente un forte impatto nostalgico.
Ma nel complesso, Il diavolo veste Prada 2 mi ha lasciato poco. Ci tengo a precisare che è un'opinione puramente personale, non si basa su studi cinematografici, parlo da semplice spettatrice.
Il problema principale, almeno per me, è che il film sembra aver perso vivacità. Miranda, che nel primo capitolo era una presenza scenica devastante, qui sembra aver smarrito completamente la sua verve. Manca quella tensione continua che rendeva ogni sua apparizione elettrica. E senza quella forza, anche il mondo attorno a lei sembra meno brillante. Lo so, che per molti è un passaggio naturale, come se con l'età Miranda si fosse ammorbidita ma io speravo in qualcosa di diverso.
Forse l’aspetto più interessante e realistico del sequel è proprio Andy. È probabilmente l’unica parte che mi ha colpita davvero.
Vedere una donna preparata, competente, talentuosa, una giornalista che ha studiato, fatto sacrifici e lavorato duramente, ritrovarsi comunque licenziata e costretta a vivere in un appartamento dove dai rubinetti esce acqua sporca è una rappresentazione amaramente contemporanea. Quanto grida: millenias?
Non so a voi, ma a me ha ricordato lo smarrimento di Rory di Una mamma per amica nel suo revival.
È una situazione molto più vicina alla realtà di oggi rispetto al sogno patinato del primo film.
E forse è anche questo il punto: Il diavolo veste Prada del 2006 parlava di aspirazione. Questo sequel parla invece di sopravvivenza.
Il peso inevitabile del confronto
Forse il vero problema è che il primo film è rimasto troppo vivo nella memoria collettiva. O nella mia.
Non era soltanto una commedia ambientata nella moda. Era un film con ritmo, personalità, battute perfette e personaggi immediatamente iconici.
Quando un’opera riesce a lasciare un segno così forte nella cultura pop, qualsiasi seguito parte inevitabilmente in salita.
E infatti, mentre guardavo questo secondo capitolo, continuavo inconsciamente a confrontarlo con il ricordo vividissimo del primo. Cosa che detesto io stessa.
Un ricordo che probabilmente nessun sequel avrebbe davvero potuto eguagliare.
Forse è proprio questo il destino dei cult: non appartengono soltanto al cinema, ma anche al momento preciso della nostra vita in cui li abbiamo scoperti.
Non boccio questo sequel, ma ammetto, anche con un po' di difficoltà, che non mi è piaciuto come speravo.
Ma va bene così, rivedere tre dei miei attori preferiti (Meryl Streep, Stanley Tucci ed Anne Hathaway) insieme ancora una volta è pur sempre un: ne vale la pena.
Vi lascio con una frase, che è forse la parte che ho preferito dell'intero film: sarai per sempre la mia bambina.







Commenti
Posta un commento