Nancy Meyers, Nora Ephron e il cinema che (fingiamo di) non prendere sul serio
Perché nessuno parla mai seriamente di Nancy Meyers?
O meglio: perché ne parliamo tutti, citiamo i suoi film, li riguardiamo ogni volta che passano in TV… ma poi, quando si tratta di “grandi autori”, improvvisamente sparisce dalla conversazione? È un po’ come dire che non hai rivisto L’amore non va in vacanza per la centesima volta: tecnicamente possibile, ma poco credibile.
Nancy Meyers è, per molti versi, l’erede naturale di Nora Ephron. E sì, lo so: sembra una di quelle etichette facili che servono più a orientarci che a spiegare davvero qualcosa. Però funziona. Come Ephron, Meyers ha raccontato l’amore con intelligenza, ironia e una straordinaria capacità di osservazione. Nei suoi film le relazioni non sono mai solo il punto d’arrivo, ma un terreno complicato, pieno di esitazioni, tempi sbagliati e seconde possibilità.
Basta pensare a Il padre della sposa: sulla carta è una commedia familiare, nella pratica è un piccolo trattato su cosa significhi lasciare andare, crescere (anche quando sei già adulto) e accettare che le cose cambiano, anche quando preferiresti di no. Il tutto, ovviamente, mentre ridi. O mentre piangi se sei me.
E poi c’è L’amore non va in vacanza, che è diventato nel tempo una specie di rituale collettivo: lo guardi “per caso”, resti per la casa di campagna inglese, per la cucina perfetta di Los Angeles, per Jude Law che bussa alla porta nel cuore della notte… e finisci per restare per quella sensazione precisa che Meyers sa costruire meglio di chiunque altro: quella di una vita che, forse, potrebbe rimettersi a posto. Parliamoci chiaro, non è Natale senza L'amore non va in vacanza. Questo film è diventato un cult a tutti gli effetti, e il merito è anche e soprattutto della Meyers e delle sue capacità.
E qui arriva il punto.
Se Nora Ephron era profondamente newyorkese, brillante, veloce, quasi giornalistica, Nancy Meyers è altrove. Il suo è un cinema fatto di luce calda, spazi ampi, interni curati nei minimi dettagli. Un’estetica così riconoscibile da essere diventata un genere a sé: esistono libri di interni e arredamento che hanno preso in esame il fenomeno Meyers.
Ma ridurre tutto questo a una questione di arredamento (per quanto impeccabile) è un errore. Perché dietro quelle cucine perfette e quei soggiorni pieni di luce, c’è qualcosa di molto più interessante: un’idea precisa di desiderio. Nei film di Meyers non desideriamo solo le storie d’amore, desideriamo il tempo, lo spazio, la possibilità di cambiare a qualsiasi età.
E infatti le sue protagoniste non sono quasi mai le classiche eroine romantiche. Sono donne adulte, spesso già realizzate, con vite piene e complicate. Donne che il cinema, molto spesso, preferisce mettere da parte. Meyers, invece, le mette al centro. E senza farne un manifesto: semplicemente, le racconta.
Il problema è che questo tipo di cinema viene ancora liquidato troppo facilmente come “leggero”. Come se far ridere, emozionare e costruire personaggi credibili fosse un esercizio minore. Come se il successo commerciale togliesse automaticamente valore autoriale. E, guarda caso, questo succede soprattutto quando a firmare questi film è una donna.
Quindi no, forse la domanda giusta non è se Nancy Meyers sia davvero l’erede di Nora Ephron.
Forse dovremmo chiederci perché abbiamo ancora bisogno di dirlo per prenderla sul serio.
Se il nome di Nora Ephron viene spesso evocato parlando di Nancy Meyers, non è tanto per stabilire un’eredità quanto per riconoscere una sensibilità comune. Più che una linea di successione, è una sorta di conversazione a distanza: due sguardi diversi, ma sorprendentemente affini nel modo di raccontare l’amore, il tempo che passa e le complicazioni della vita adulta.
E forse è significativo anche un altro aspetto: entrambe, pur avendo firmato film amatissimi e diventati veri e propri punti di riferimento, da Harry ti presento Sally a L'amore non va in vacanza, sono rimaste per lungo tempo ai margini del discorso sui “grandi autori”. Come se il loro cinema, così accessibile e profondamente emotivo, fosse automaticamente meno degno di analisi.
Più che metterle a confronto, allora, forse ha senso metterle una accanto all’altra. Non perché una spieghi l’altra, ma perché insieme rendono evidente quanto il cinema che parla di relazioni, intimità e desiderio, soprattutto quando è raccontato da donne, venga ancora oggi preso meno sul serio di quanto meriterebbe.
E noi?
Noi continuiamo a riguardare i suoi film. Magari dicendo “solo mezz’ora”, e finendo per arrivare fino ai titoli di coda.
Come sempre.




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