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Stranger Things: lasciar andare le cose belle

Ieri si è conclusa l’era di Stranger Things. Scriverlo fa uno strano effetto: come quando chiudi una porta sapendo che dietro non c’è più una stanza da esplorare, ma un luogo che continuerà a vivere solo nei ricordi. Dieci anni non sono pochi, soprattutto quando una serie smette quasi subito di essere “solo” una serie.

Ho salutato Stranger Things con quella miscela di amarezza e gioia che si riserva alle cose belle: la gratitudine per ciò che è stato e la malinconia per ciò che non tornerà. Ed è forse questo il segno più evidente di quanto abbia contato per me.



Non mi interessa dire che Stranger Things mi abbia cambiato la vita. Sarebbe esagerato, e anche un po’ ingiusto verso tutto il resto. Ma è stata molto più di un semplice prodotto di intrattenimento. È stata una compagnia silenziosa, un riferimento, un racconto capace di crescere insieme al suo pubblico. Ho iniziato a guardarla in un certo momento della mia vita - non andavo ancora all'università, aiuto - e l’ho lasciata andare in un altro, completamente diverso. E in mezzo c’era lei, puntuale, a ricordarmi il piacere di lasciarsi trasportare da una storia.

In un panorama sempre più affollato, Stranger Things è riuscita a fare qualcosa di rarissimo: diventare un fenomeno globale senza perdere un’anima riconoscibile. Non credo esisterà mai un altro prodotto con lo stesso impatto mondiale, capace di unire generazioni, culture e sensibilità così diverse sotto lo stesso immaginario. Non perché fosse perfetta, ma perché era sincera.

La riscoperta degli anni ’80 è stata uno degli elementi più evidenti, ma anche uno dei più fraintesi. Stranger Things non si è limitata a citare un’epoca: l’ha evocata. Le biciclette, i walkie-talkie, le luci di Natale, le camerette piene di poster e giochi non erano solo scenografia, ma un modo di raccontare il mondo prima della connessione perenne, quando l’avventura iniziava varcando la soglia di casa.

E poi la musica. Canzoni cult riportate alla luce non come semplici operazioni nostalgia, ma come strumenti narrativi potentissimi. Brani capaci di legarsi indissolubilmente a personaggi, scene, emozioni. Ancora oggi è impossibile ascoltarne alcune senza tornare, anche solo per un attimo, a Hawkins. Pensate un po', in questi giorni ho visto un documentario su Kate Bush, documentario che è nato grazie al fenomeno riscoperto proprio per via delle serie. Quindi, senza la serie, Kate Bush forse non sarebbe stata conosciuta da così tante generazioni, e non sarebbe diventata un fenomeno moderno, ma sarebbe rimasto nella sua epoca. Assurdo.



Al centro di tutto, fin dall’inizio, ci sono stati loro: bambini che giocano, che immaginano, che trasformano la paura in qualcosa di affrontabile grazie alla fantasia. Ragazzi che non sono eroi nel senso classico del termine, ma che diventano tali restando fedeli a ciò che sono.

Stranger Things è stata un inno ai freaks, ai nerd, agli sfigati (ed io che fin da bambina apprezzo il cinema di Tim Burton, potevo non apprezzare questa caratteristica?) a chi non rientra perfettamente negli schemi, a chi viene guardato storto, a chi trova rifugio nei dadi di un gioco di ruolo o nei fumetti. Senza mai idealizzarli troppo, senza renderli invincibili. Solo umani, imperfetti, reali.

Se c’è una cosa che la serie ha sempre saputo raccontare con delicatezza è l’amore nelle sue forme più semplici: un gesto, una promessa mantenuta, una mano tesa nel momento giusto. L’amicizia che resiste al tempo e alle distanze, l’amore che non ha bisogno di grandi dichiarazioni, ma si manifesta nelle scelte quotidiane.

E poi il sacrificio. Quello silenzioso, che non chiede applausi. La consapevolezza che a volte fare la cosa giusta significa rinunciare a qualcosa di sé. Stranger Things non ha mai avuto paura di mostrare il costo delle scelte, ed è anche per questo che ha fatto male, e bene, allo stesso tempo. 

La paura è sempre stata lì: mostri, dimensioni oscure, minacce incomprensibili. Ma il messaggio, nemmeno troppo nascosto, è sempre stato lo stesso: la paura diventa meno paurosa se affrontata insieme. Non scompare, non si annulla. Si divide. Si guarda negli occhi con qualcuno accanto.

Ed è forse questa l’eredità più bella che Stranger Things ci lascia. L’idea che nessuno si salva da solo, che la forza non sta nell’assenza di paura ma nella capacità di condividerla.



Attenzione, da questo momento l'articolo è spoiler free, quindi se non avete ancora visto il finale, fermatevi qua.

Il finale: imperfetto, quindi perfetto

Il finale di Stranger Things mi è piaciuto moltissimo. Proprio perché non cerca la perfezione, ma la verità. È un finale che chiude un cerchio, ma senza sigillarlo, e infatti qualcuno parla già di Spin Off.

Si ha la sensazione chiara di assistere alla fine di un capitolo, non solo della serie ma dell’esistenza dei suoi personaggi. L’attraversamento definitivo dall’adolescenza all’età adulta. Quel momento in cui capisci che nulla tornerà esattamente com’era, ma che questo non significa perdere tutto.

Ognuno di loro trova il proprio posto nel mondo, e lo fa in modo coerente, umano, imperfetto.

Nancy è forse uno dei simboli più forti di questo finale. Lascia l’università e, così facendo, incarna una verità scomoda ma necessaria: possiamo uscire dalle trappole di noi stessi e dalle aspettative degli altri cambiando i nostri piani. Non è una sconfitta, è una scelta. È il coraggio di riscrivere la propria traiettoria quando ci si accorge che quella prevista non ci appartiene più.

Steve trova l’amore, ma non nel modo canonico che molti si aspettavano, me compresa devo ammettere. Lo trova facendo ciò che ama, diventando finalmente la versione migliore di sé stesso senza rincorrere un’idea di successo o di riscatto imposta dall’esterno. È il simbolo di tutti quei ragazzi che sono stati sottovalutati così a lungo da convincersi di non essere abbastanza, fino a scoprire che il vero ostacolo era l’immagine distorta che avevano interiorizzato. Un personaggio che insegna quanto spesso siamo noi i primi a sabotarci. E forse è per questo che mi piace così tanto (Joe Keery a parte) perché mi sono spesso sentita sottovalutata, al punto da autoconvincermi che era così.

La separazione tra Steve e Nancy è uno dei momenti più maturi e riusciti del finale. Non c’è rabbia, non c’è sconfitta. C’è consapevolezza. Si lasciano sapendo di volersi bene, accettando che l’amore, a volte, non basta se le strade prendono direzioni diverse. È una rottura che fa male proprio perché è piena di rispetto, di affetto, di gratitudine reciproca. Ed è forse per questo che funziona così bene. Anche se, ammetto di aver compreso che la loro scena era una rottura solo in questa parte finale.

Mike, nel suo percorso, ci parla apertamente di lutto. O almeno, io l'ho interpretato così. Di come si convive con un’assenza che non è mai davvero totale. Di quanto crescere significhi anche imparare a portare con sé ciò che si è perso, senza smettere di vivere.

E poi c’è Undici. Che non se ne va davvero. Undici non è sparita: è solo da un’altra parte. È una presenza che continua a esistere, anche se non più fisicamente accanto. Un’idea potentissima, delicata, che racconta come alcune persone restino con noi anche quando non possiamo più vederle o toccarle. Sono ancora qui, semplicemente in una forma diversa.

Il combattimento finale con Vecna è la sintesi perfetta di tutto ciò che Stranger Things ha raccontato in questi anni. Ognuno affronta le proprie paure, i propri demoni, le proprie ferite. Quando Will dice chiaramente che non hanno più paura, non sta parlando solo del mostro davanti a loro, ma di tutto ciò che li ha tormentati crescendo. Così come Max porta Holly a comprendere che per superare i nostri traumi dobbiamo affrontarli.

Il momento in cui Joyce pone fine definitivamente a Vecna, seguito dai flash di ognuno di loro su ciò che ha vissuto, è uno di quelli che restano addosso. Un montaggio emotivo potentissimo, capace di far riaffiorare dieci anni di storia in pochi istanti. Brividi veri.

La colonna sonora fa il resto. Da Purple Rain a Heroes, che arriva come un colpo finale al cuore. La musica, del resto, è sempre stata fondamentale in Stranger Things: non un semplice accompagnamento, ma una voce narrativa a tutti gli effetti, capace di amplificare emozioni, ricordi, identità.

Questo finale non cerca di accontentare tutti, e forse è proprio per questo che funziona.

C’è anche spazio per la memoria e per il tributo. Il diploma con il ricordo di Eddie è un gesto semplice ma potentissimo. Eddie, che più di tutti incarna lo spirito della serie: il freak, il diverso, il ragazzo giudicato senza essere capito. Un omaggio che chiude simbolicamente il cerchio e restituisce dignità a chi, nella vita come nelle storie, spesso arriva troppo tardi ad essere visto.

E poi c’è Hopper.

Hopper è forse il personaggio che più di tutti rappresenta l’evoluzione emotiva della serie. Il suo ruolo paterno si è trasformato, ampliato, reso più consapevole. Il dialogo con Undici, in cui lei gli dice di non essere più una bambina e di essere in grado di prendere decisioni e affrontarne le conseguenze, è uno dei momenti più sinceri del finale. Hopper impara finalmente che amare non significa proteggere a ogni costo, ma fidarsi.

Diventa una figura paterna anche per Will e Jonathan, non sostituendo nessuno, ma offrendo una presenza stabile, sicura, affettiva. E riesce, finalmente, a dimostrare apertamente i suoi sentimenti a Joyce. Senza maschere, senza paura. Un uomo che ha sofferto, perso, sbagliato, ma che ha imparato ad amare meglio.

È anche grazie a personaggi come lui se Stranger Things riesce a raccontare la crescita non come una perdita, ma come una trasformazione. È coerente, emotivo, rispettoso dei personaggi e del pubblico. Chiude Stranger Things come andava chiusa: accettando che crescere significa anche salutare.

Ora che tutto è finito, resta una sensazione di vuoto buono. Quello che arriva quando sai di aver assistito a qualcosa di speciale e irripetibile. Stranger Things se ne va come dovrebbero andarsene tutte le cose belle: lasciando il segno, senza consumarsi oltre il necessario.

Non torneremo a Hawkins per la prima volta. Non sentiremo più quell’emozione iniziale, quell’ignoto carico di possibilità. Ma porteremo con noi quello che ci ha dato: le canzoni, le biciclette, i mostri, e soprattutto le persone.

Grazie, Stranger Things. Per questi dieci anni. Per averci ricordato che crescere non significa smettere di credere nella forza delle storie condivise.



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