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Frankenstein secondo Guillermo del Toro: tra il romanzo di Mary Shelley e la favola gotica moderna

Alzi la mano chi non si è mai sentito un po’ fuori posto. Solo. Incompreso.
Dai, succede a tutti almeno una volta. E quando capita, ci sono storie che ti fanno sentire meno strano, meno “sbagliato”. Libri, film, personaggi che sembrano guardarti dritto dentro e dirti: “Ehi, ti vedo. Ti capisco.”

Per me, l’ultimo a farlo è stato Frankenstein di Guillermo del Toro.



Del Toro prende il romanzo di Mary Shelley – già potentissimo di suo – e lo trasforma in qualcosa che ti resta addosso. Una favola gotica che parla di solitudine, di fragilità, di quel bisogno enorme che tutti abbiamo: essere accettati. E lo fa con una delicatezza che, sinceramente, mi ha lasciata senza parole.

La cosa incredibile è quanto questa storia, scritta due secoli fa, sia ancora attualissima.
Quando Mary Shelley ha creato il suo Frankenstein, non ha inventato solo un mostro: ha creato un’anima. Un essere che, sotto tutta quella “mostruosità”, desidera solo essere amato.

E ditemi se non è terribilmente contemporaneo.
Viviamo in un mondo iperconnesso, eppure la vera comprensione è sempre più rara. Le persone vengono giudicate in due secondi netti, spesso senza sforzarsi di vedere cosa c’è sotto la superficie. E allora Frankenstein diventa quasi uno specchio: un simbolo di tutti quelli che si sentono ai margini, che non riescono a “stare al passo”, che vivono un po’ scostati dal mondo.

E mentre guardavo il film, non riuscivo a non pensare a Edward Mani di Forbice.

La stessa dolcezza delicata degli outsider. La stessa vulnerabilità. Quella bellezza fragile che Tim Burton racconta così bene, e che Del Toro riprende magistralmente.

Perché Del Toro non fa paura: emoziona.
Trasforma l’orrore in poesia. La creatura in un cuore pulsante. Il dolore in uno sguardo che ti si infila dentro e non se ne va.

Una cura maniacale per ogni dettaglio

E poi parliamone: fotografia, scenografia, costumi… tutto, davvero tutto, è perfetto.

  • La fotografia ha quei toni cupi e dorati che sembrano usciti da un quadro.

  • Le inquadrature sono composte con una precisione quasi pittorica.

  • La scenografia è talmente ricca di dettagli che ti ritrovi a voler mettere in pausa solo per osservare.

  • I costumi non sono meri abiti, ma estensioni dei personaggi: raccontano la loro storia prima ancora che aprano bocca.

Si vede che ogni reparto ha lavorato con amore. Con dedizione. Con quell’attenzione al particolare che rende un film qualcosa di più di un semplice film.

Jacob Elordi è stato una rivelazione. Onestamente, non capisco chi lo abbia criticato in anticipo.

È dolce, vulnerabile, intenso.
Ha dato alla creatura profondità, umanità, poesia.
E Oscar Isaac? Perfetto. Un contrappunto necessario, elegante, magnetico.

E lasciatemelo dire: gli snobbisti che giudicano senza guardare… che noia. Sul serio.

Frankenstein è eterno perché parla di qualcosa che viviamo tutti:

la solitudine, la fame d’amore, il bisogno di essere visti per ciò che siamo davvero.

Del Toro prende tutto questo e lo trasforma in una favola gotica contemporanea, che non fa che ricordarci quanto la vulnerabilità sia una forma di bellezza, e quanto essere diversi non sia una colpa.

Guardate il film.
Rileggete Shelley.
E fate un pensiero alla vostra piccola “umanità mostruosa”, quella che forse nascondete, ma che merita di essere accolta, capita e amata.

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